System Crasher: la recensione del film tedesco in concorso al Festival di Berlino 2019

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System Crasher: la recensione del film tedesco in concorso al Festival di Berlino 2019

Benni, che poi è il diminutivo di Bernadette, ha nove anni, quasi dieci. Benni è biondissima, di quel biondo che rende ciglia e sopracciglia quasi invisibili, e ha gli occhi celesti, celestissimi. Benni, però, è tutt’altro che un angelo. Il suo è un volto che non sfigurerebbe in un horror di possessioni demoniache infantili, è lo stesso vale per il suo comportamento. Solo che qui il problema non è il Maligno, ma sono i traumi dell’infanzia di Benni, i problemi nella sua testa, la sua rabbia incontrollata e la sua violenza estrema che reagiscono al suo abissale bisogno d’amore.

Anche System Crasher è un film che vorrebbe disperatamente essere amato, o perlomeno apprezzato, e che cerca di farsi notare utilizzando le stesse strategie della sua protagonista: strategie di aggressione, che qui sono visive e sonore (con tutti i colori fluo e il rosa shocking messi addosso a Benni, e le esplosioni musicali, e le evoluzioni della macchina da presa e del montaggio più o meno allucinate), e perfino narrative. Tutte portate avanti con quella inflessibilità monolitica e quei toni squadrati e pesanti di cui è capace il cinema tedesco.
Benni urla, grida, si agita, ferisce e si ferisce, e tutto questo dentro un film che non la contiene né la smorza, ma che anzi si lascia trascinare in una lotta a chi aggredisce di più.

Allo stesso modo, Nora Fingscheidt allegerisce la sua scrittura e la sua regia quando racconta del rapporto di Benni con uno dei tanti membri della rete di assistenti sociali, educatori, medici e psicologi che tentano di placarla, con quel Mischa dal passato difficile e una nuova, bella famiglia, che si accorgerà di perdere distanza professionale di fronte a quella bambina fuori da ogni schema, distruttiva e fragile.
Sono i momenti, quelli, in cui il film della regista tedesca funziona di più, nei quali si toccano - magari, anche qui, senza troppa delicatezza - corde emotive piuttosto universali, e che sono affidati soprattutto alla giovanissima Helena Zengel, piuttosto impressionante nei panni di Benni.

Ma quella di System Crasher è una corsa al rialzo, lo si capisce e lo si immagina dalle prime scene.
Il danno, soprattutto a sé stessa, causato dalla scheggia impazzita Benni, quella scheggia che il sistema non riesce a contenere né ospitare né aiutare, è destinata a essere crescente fino all’estremo in un film come questo: anche perché quello più facile dal punto di vista spettacolare.
Perché è chiaro che Nora Fingscheidt ci tenga alla storia della sua protagonista, ma anche che dei suoi sfoghi e delle sue scenate e delle loro cause e conseguenze voglia fare qualcosa che, più che cinema, è una spettacolarizzazione facile e anche un po' fastidiosa. Autolesionista come il comportamento di Benni.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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